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Il bello degli aeroporti sono i vetri, ha pensato sedendosi sulla sedia di plastica nera.
Vetri dai quali puoi vedere solo cielo e aerei, e pensare che tutto sia dietro l’angolo. Il tempo di un decollo, un bicchiere di succo d’arancia, un atterraggio e puoi essere lì. Nella spiaggia che hai sempre sognato. Nella città che hai sempre e solo visto al cinema. Fra le braccia dell’uomo che ti ha lasciata dicendoti «Devo inseguire i miei sogni».
Ogni volta che si trova con il suo trolley nero davanti a un gate non riesce a staccare lo sguardo da quei vetri. Un buon modo per non pensare a nulla. Un ottimo modo per vedere quei sogni – che pensava fossero anche suoi – volare via aggrappati alle ali di un 737.
Eppure mi parlava di figli. E che buffo: quando scrive la parola figli, in automatico sostituisce la f con la g, e finisce che le viene in mente il bianco dei gigli. E forse sono proprio fiori quelle cose che arrivano nella tua vita dopo 9 mesi d’attesa. Fiori fragili ma capaci di riempirti gli occhi e il cuore ogni giorno, quando li annaffi con cura.

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Viaggiare da sola le è sempre piaciuto. Per questo forse non abbandonerà mai questo lavoro. Le piace la solitudine del rumore delle ruote del trolley sui pavimenti, anche quando, arrivate sulla moquette degli hotel, non parlano più. Le piace andare a cena da sola, spegnere telefono tablet e pensieri e restare a osservare la gente. Le piace farsi trasparente a cospetto di un mondo che non finirà mai di conoscere.
Ogni volta – da quando lui se n’è andato – sogna di salire sull’aereo e sedersi accanto all’uomo della sua vita. Costruisce un film proprio come quando era bambina: gli occhi fissi sui vetri del gate, di lui immagina occhi, bocca e anche il suono della voce.
Quando saremo atterrati, non potremo più fare a meno l’uno dell’altra.
Poi il suo vicino è un sessantenne pelato o una signora elegante che non la degna nemmeno di uno sguardo, e allora è facile tornare a pensare a quell’uomo fuggito rubandole i sogni.

Sono tutti già in piedi quando la hostess di terra annuncia l’imbarco. Lei invece è rimasta lì, seduta davanti a quei vetri e alla vita che potrebbe essere e ancora non è.

«Sai, mi sento stuck. – ha detto una volta a un collega – Mi sento ferma, impigliata a qualcosa. Tutte le mie amiche si sposano, vanno avanti e fanno fiorire la loro vita, e io invece mi sento stuck. Come un pesce rimasto incastrato fra gli scogli».

Si alza anche lei, dopo tutti, tira fuori dalla borsa la carta d’imbarco. Dall’altra parte del mondo la aspetta proprio quel collega. Parteciperanno a una fiera, a un po’ di riunioni e mangeranno del sushi insieme.

Ancora non sa che sarà proprio quel collega a prenderla fra le mani, con cura, liberandola da quegli scogli. E che insieme, fra una riunione e un nigiri, scopriranno un immenso e bellissimo campo di gigli.

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