Fashion Revolution 2019: il buon senso, prima di tutto.

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Il mio primo post sulla Fashion Revolution è datato 2015.
Intitolava Low cost quanto mi cost…
Cos’è cambiato nel mentre?
Qualcosa è cambiato. Molto nel marketing e nella comunicazione.

puoi leggere il vecchio post cliccando sul titolo.

Partiamo dal principio.
Il fashion Revolution è un movimento che nasce in seguito a una tragedia avvenuta il 24 Aprile 2013 a Rana Plaza factory, in Bangladesh, dove persero la vita 1133 persone intente a confezionare i nostri vestiti in condizioni a dir poco vergognose.
Come tutti sappiamo le principali catene lowcost (ma non solo) producono in determinati Paesi proprio perché la manodopera costa pochissimo. A 6 anni dalla tragedia, solo poche settimane fa, moltissimi lavoratori sfruttati sono ancora scesi in piazza per ottenere condizioni e contratti di lavoro adeguati. In pratica, non è quindi cambiato un granché.

Ma partiamo dalla parola chiave della mia fashion revolution: il BUONSENSO.

Personalmente non credo nel boicottare le catene fastfashion, lo trovo inutile.
Sapere è il primo importante passo verso un cambiamento.
Capire, è il secondo.
Il terzo è guardarsi dritto negli occhi durante il cambio armadi.
E’ giusto, più che giusto che i giovani sperimentino senza spendere una follia. E’ anche difficile vestire i bambini piccoli al di fuori delle catene fastfashion, soprattutto il primo figlio. Con il secondo è già più facile che arrivino tanti vestiti passati da amiche mamme, parenti e varie.
Ma è leggendo alcuni post sui social network, quelli che di solito annunciano la nuova apertura di qualche catena lowcost che mi rendo conto che c’è ancora tantissima ignoranza riguardo ai marchi, a chi li fa, alla qualità che no, non è legata a un nome e soprattutto al buon senso.

Tubino Clotilde, un basico indemodabile. Fatto in Italia, fatto col cuore.

Primo passo: sii te stessa, conosciti, costruisci il tuo stile e una coscienza critica.
Difficile? Difficilissimo.
Ma alla nostra età, perché so che qui siamo quasi tutte over 35 e passa, una base di armadio l’abbiamo e sappiamo anche cosa ci serve. Non ci serve l’ennesimo paio di scarpe che non metteremo, il vestito in poliestere che fa sudare e puzzare né tanto meno l’ennesima gonna che lì per lì sembrava una buona idea.
Troppo, abbiamo troppo, talmente tanto che l’emergenza smaltimento vestiti sta diventando un problema. Perché se è vero che alcuni capi possono essere regalati, è anche vero che la scarsa qualità di tante cose dura talmente poco da finire in pattumiera troppo in fretta.
Acquistando meno ma bene, si risparmia sempre e comunque.
Ma dove, come, quando?
Non siamo più abituati a cercare. Io per prima.
E non esiste solo il negozio vintage. E le grandi marche non sono per forza sinonimo di fatto bene in tutti i sensi.
Bisogna leggere le etichette, far girare i vestiti tra amiche, curiosare.

Ho scelto questa foto come principale del mio negozio: sederi, semplici, reali, veri sederi.

Abitino a 29.90? Prediligi la viscosa al poliestere.
T-shirt a 4,99? E’ 100% cotone? Che peso ha?
Almeno sulla t-shirt bianca basica, quella che metti con tutto, non ti conviene averne una tagliata bene, di qualità e con la coscienza pulita?
Capisco che questo sia un periodo storico complicato e che spendere tanto per un capo non sia una priorità, ma nemmeno avere tanti capi a poco.

Lemuria. Ricerca, fatto in Italia, qualità e visione.

Cosa ci auguro per questa edizione del Fashion Revolution?
Che come il primo anno, i post sui social siano di gran lunga più numerosi nella domanda:”Who made my clothes”, che nella risposta “I made your clothes.”
Perché questo argomento non può stare più a cuore a chi si sbatte per fare le cose in un certo modo, è ovvio che siano state scelte ponderate e che conoscono gli argomenti. Vorrei rivedere l’ondata di domande a pioggia come il primo anno, vi prego.
E poi auguro che guardiate con occhio critico le azioni puramente di greenwashing (lavaggio di immagine) senza farvi abbindolare perché non posso credere che ci stia a cuore l’ecologia del pianeta senza pensare al benessere delle persone.
Si al cotone bio, al riuso, ai controlli su coloranti e varie, tenendo sempre a mente però che facciamo parte del sistema.

Che senso ha un operaio sottopagato che però cuce cotone bio?
Non avrei il coraggio di chiederglielo. Francamente, non ne avrei il coraggio.


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