La sindrome dell’adottato

Qualche sera fa ho addormentato Arianna raccontandole la storia di quando è nata.

Incredibile che mi ricordassi tutto di quel giorno e dei giorni successivi. Incredibile quanta pace ci fosse nella nostra casa dopo la sua nascita. Quanta serenità e silenzio.

Arianna non piangeva praticamente mai, era giugno e in casa tenevamo tutto chiuso per evitare di morire sotto i 40 gradi dell’estate 2015. La penombra era la nostra dimensione.  Abbiamo vissuto le prime settimane di vita di Arianna in una sorta di irreale condizione spazio temporale.

Fuori era giorno/notte, dentro eravamo noi tre.

Arianna ascoltava il racconto, commentava appoggiata a me, poi piano piano il suo corpo sempre più rilassato e poi… Ha cominciato a russare.

É mia figlia, mi dico sempre, ma sto ancora capendo cosa voglia dire.

Quando è nata non ho pensato “Sono madre” ma ho pensato: “E ora che devo fare?”

Esserci, mi sono risposta.

E dopo due anni mi sento spesso a disagio con questa figura mitologica che sembra indispensabile e unica e sto a disagio nel cercare di indossare questo abito di cura e costanza da fare da sola, di attenzione e organizzazione perfetta e in perenne competizione con il tempo e la fatica. A disagio perché in realtà, per me, essere mamma significa vivere in costante e perenne competizione con la paura.

Che a un certo punto non sia vero niente, che a un certo punto finisca tutto. Che ad un certo punto mi venga detto: no non è tua.

É la sindrome da adottata. Prima di una e poi dell’altra.
Ci facevo i conti come figlia, ma non con una figlia.

Per quanto sarò di Lei, per quanto sarà mia.

Allora io sto lì, la osservo, ho cura di lei e le dedico il momento più difficile della mia giornata: la notte.

É in quel momento che ho più paura, che poi mi sveglio e lei nn c’è e allora prima di andare a letto le ricordo che ci sarò ancora, che sarò li al suo fianco fino a quando lei vorrà, che mi sveglierò prima di lei e dormirò dopo di lei, che sarò in ascolto prima ancora di sentire la sua voce, che sarò vigile, che veglierò sulle sue preoccupazioni, che dormirò sulle sue gioie.

Che ci sarò.

Questo ho pensato quando è nata, non ho pensato “Sono mamma”, ho pensato “Per lei ci sarò”. Sempre

E allora accendo l’acqua calda della doccia, preparo le papere, le chiedo se ha voglia di farsi una doccetta, lei mi dice si doccetta mamma ma no capelli.

Lei odia lo shampoo.

Poi mi metto dentro la doccia con lei e mentre si diverte con papere e barattoli, io mi prendo cura dei suoi capelli, come entrambe hanno fatto con me.

Sciolgo i nodi, passo il pettine, accarezzo, metto il balsamo, accarezzo, chiedo scusa se le ho fatto male e ricomincio. Non la guardo in faccia ma sento il suo stare bene, sento che si sente amata, sento la pelle del viso distesa, il leggero sorriso di benessere, il respiro lento, il cuore sereno.

Perché ci sono io, anche io.

Che sono io, che non so cosa voglia dire essere mamma nella sua forma mitologica, indispensabile e unica,  ma che ci sarò Sempre.

 

Arianna è una figlia di coppia mista (come si dice in gergo) e i suoi capelli sono diversamente ricci. Apparentemente boccolosi, ma nella loro essenza ostili a qualsiasi pettine e spazzola.

Mi faccio aiutare da tre prodotti che amo e che vi consiglio.

  • Dede lo shampoo di Divines è uno dei prodotti che Arianna condivide con il papà, perchè entrambi hanno i capelli molto sottili e delicati e questo prodotto, consigliato dalla mia amica Magali, è il topo. Trovate on line, e se siete di Bologna da Orea Malia
  • Balsamo di Ecosì per sintetizzare vi direi: MAGNIFICO. Un prodotto che mi ha consigliato la mia erborista per riuscire a pettinare i capelli. Lo uso anche io.
  • A.A.A Cercasi di Lush è un balsamo super idratante che uso come maschera una volta a settimana. E’ molto ricco e preferisco usarlo come maschera una volta a settimana. MA se avete pargoli con chiome afro lo consiglio come balsamo anche due volte a settimana. Lo uso anche io infatti.

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