Che tipo di collaborazione preferisco?

Mi trattengo da un paio di giorni su questa cosa di Kenzo per H&M.
Spesso sotto le cose di moda leggo commenti sui prezzi:

“Ma veramente xxx euro per un paio di scarpe?”
Ci ho pensato, perché anch’io guardo molte cose che non mi posso permettere.
Per quanto mi riguarda non è mai stato il punto.
Non le guardo per vedere cosa comprerò. Mentre ci penso faccio molta fatica a spiegare e spiegarmi questa cosa.
Mi sembrerebbe esagerato dire che le guardo come si guarda un quadro, non è così. Potrei forse dirlo davanti a un abito realizzato con tecniche tradizionali: avete mai visto come si crea a mano un merletto?

Ma ancora non ci siamo. Li guardo come alcuni libri di fotografia che girano per casa. Questo sì.
Li guardo con interesse: mi piace.
Li guardo meravigliandomi a volte, dell’idea, di un accostamento di colori, di un pattern, della lunghezza scelta per la manica, per la forma.

Poi volto pagina.
Ma qualcosa mi rimane e influenza non tanto quel che indosserò o comprerò, ma come lo porterò.
O semplicemente, li guardo per un momento fine a se stesso, mi godo l’attimo del trovare una cosa molto bella.

Il voler comprare, il possedere, non è la prima cosa che mi viene in mente mentre guardo l’ultima collezione di Stella Jean, che adoro.

Però, porca miseria, qual è il valore di un abito costoso?
Nell’era della comunicazione dei mega brand che gira attorno a un mood, si vende uno stile di vita, un sogno, la poesia creata attorno.
E non mi dispiace fin tanto che poi sappiamo bene cosa dovrebbe contenere quel prezzo alto.

Non un logo:
le finiture, i tessuti di pregio, la lavorazione, i modellisti e le sarte, il processo di produzione che poi dovrebbero essere le sapienti mani e menti e, non per ultima, la creatività.

Kenzo per H&M e solo l’ultima delle collaborazioni di una certa tipologia di brand per la famosa catena lowcost e io non riesco a dargli un senso.
Farci assaporare che cosa? Rendere meno caro un capo che solo per estetica ricorda altro?

kenzo-per-hm

Fonte foto, l’e-shop di H&M –> QUI

ABITO LUNGO FANTASIA
COMPOSIZIONE:
POLIESTERE 100% –
DETTAGLI: POLIESTERE 100%

Poliestere. Ok.
E’ questo che voglio da una abito firmato? La firma?
Io no. Vorrei il suo VALORE. Passare le dita su un tessuto pazzesco, meravigliarmi sulle cuciture e il taglio.

Mi dispiace solo che ancora una volta io stia parlando di H&M, perché davvero, nessun accanimento. Ho già scritto più volte che pur non comprando nulla per me, compro per miei bambini. (Ma è un altro post che ho in mente: cosa comprare lowcost e perché).

Visto che citavo più sopra Stella Jean, mi chiedo come reagirebbe a una richiesta di questo tipo. Lei, che nel numero 42 di Gioia, in un pezzo di Federica Fiori, parla della sua collaborazione con il gruppo Max Mara, nella quale non ha messo solo il suo stile e la sua creatività ma anche il suo processo di produzione.

stella-jean-su-gioa

La considerazione che più mi ha colpita dell’articolo riguarda proprio la produzione. La famosa stilista esprime infatti un punto cruciale su quello che accade spesso quando un brand produce un capo in maniera etica: viene presentato per lo più come un progetto charity.
Credo che la questione non abbia bisogno di nessun commento.
E comunque non è assolutamente il caso della sua capsule per il team Marina Rinaldi, che nonostante le difficoltà di gestione del progetto, non ha esitato a portarlo a termine.
Vale la pena darci un’occhiata –> QUI

Evviva.

Fonte foto, il look book online che potete sfogliare --> QUI

Fonte foto, il look book online che potete sfogliare –> QUI

 

 

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