Low cost, quanto mi cost? #calzamutanda

who made my clothes?

Sono reduce da un cambio armadio molto particolare e che non ho ancora finito.
L’anno scorso ero incinta e per mille motivi, di un certo spessore credo anche se non ne ricordo nemmeno uno, ho deciso di non fare i cambi di stagione.

Qualche giorno fa ho coraggiosamente cominciato a metter mano al guardaroba: un disastro.
Una marea di cose che ho impilato e già dato via…

Quello che più mi ha sconvolto è la maglieria: pullover messi una stagione sola totalmente privi di forma e pieni di fastidiosissimi pallini. Non si sono salvati nemmeno molti capi 100% cotone.
Ti sento nonna: “Non ci sono più i tessuti di una volta.”

Ho fatto un calcolo approssimativo di una pila davanti a me, tutti capi comprati in negozi low cost:

4 maglioni a 39.99= 159,96
Vestito in maglia a  49.99…

E allora sono po’ pirla: non è del tutto vero che non posso permettermi un maglione da 200 euro!
No, del fatto che il prezzo o la firma non facciano la qualità non parlerò, perché questo lo sappiamo già tutti.

Maglioni Sartoria Vico.

Maglioni Sartoria Vico.

Poi mi sono fatta un esame di coscienza: quanto metti di quello che hai nell’armadio? Orecchie basse, bassissime. Forse sfrutto un quarto di quel che ho.
Via, via tutto. Se l’hai messo due volte non lo metterai cento.

E quando credi di sentirti già abbastanza scema ci si mette anche il #fashrev: chi li ha fatti i tuoi vestiti?

Who Made my clothes-Sartoria Vico

Fashion Revolution, che quest’anno ha coinvolto 75 paesi, è stata una giornata incredibile e memorabile, propositiva e di coscienza globale.
A un anno della tragedia avvenuta il 24 Aprile a Rana Plaza factory,in Bangladesh, dove persero la vita 1133 persone intente a confenzionare i nostri vestiti in condizioni disastrose, si è celebrata la prima giornata mondiale del #fashrev.
In che cosa consisteva? Ci si vestiva con un capo al contrario e si twittava al brand prescelto: who made my clothes?

Sorpresa! Anzi, doppia sorpresa. La prima è che hanno partecipato in tantissimi, la seconda è che sono molti i marchi che hanno risposto nel mondo.
Tra i brand italiani pronti a rispondere: Sartoria Vico e Lazzari.
Quel giorno ero proprio da Sartoria Vico con Camilla Zelda was a writer, autrice di tutti gli scatti di questo post, infatti, proprio in occasione del #FashRev, avevano aperto le porte del loro studio: collezione in bella vista assieme a tutti i ritratti delle persone che producono la loro maglieria.
E qui, si, nel prezzo c’è l’altissima qualità.

golf bibuco Sartoria Vico - back

Ma così mi sembra di giocare fin troppo facile, Sartoria Vico, come Lazarri, sono due realtà che non hanno nulla nascondere.
Il punto non è boicottare o osannare tal o tal altro brand, il punto è prendere coscienza e usare i mezzi che abbiamo a disposizione per alzare un coro armonico e chiedere che le cose cambino. Vi invito a leggere la sezione Get Involved sul sito FashionRevolution.org.
Utopico, forse, ma io ci ho voluto credere. Poi è successa una cosa che mi ha esaltato all’ennesima potenza: tra i marchi che rispondevano su twitter c’era anche Zara.
“Allora gliene frega…” ho pensato. Anche perché parliamoci chiaro, è stato uno sbattimento non indifferente rispondere a migliaia di tweet per 24 ore non stop…

Vi sto parlando di una giornata celebrata 3 mesi fa, ma non è un caso: lo faccio a ridosso dell’inizio dei saldi estivi principalmente per due motivi.
Il primo è che mi piaceva l’idea di riparlarne quando fosse scemata un po’ l’attenzione, per mantenere viva l’iniziativa…
Il secondo è che è giunta l’ora, per me, di crescere.

Sartoria Vico

Golf Bibuco Sartoria Vico

Non ho bisogno di così tanta roba, non voglio mai più rivedere i miei armadi straripare di inutilità.
Basta spreco: come scrivevo sopra, ho speso almeno 200 euro per stagione di cose che sono durate una stagione sola: low cost? Mica tanto!
Quindi ho deciso che comprerò meno ma comprerò meglio: ci sono i saldi, bene, ne approfitterò per comprare maglieria, un capospalla o un paio di scarpe di qualità, durevoli e prodotti in trasparenza.
Niente borsa, ovvio…

Da Sartoria Vico avevo provato un paio di cose che mi sono rimaste nel cuore…ecco, magari le trovo in saldo.

Attenzione, con questo non dichiaro di non comprare e indossare mai più capi prodotti da aziende poco etiche o di scarsa qualità. Sarebbe ipocrita e falso da parte mia, ci sarà sempre quel giorno in cui quel vestitino lì mi sarà più necessario dell’aria, amerò sempre e follemente alcuni marchi di cui non so molto ma dubito sposino la filosofia del Fash Rev.
Voglio però stare più attenta a come spendo i miei soldi, non ingannarmi con scuse di risparmio inesistente ed essere sempre cosciente del a chi sto dando i soldi.
Se pertinente, cercherò di raccontare ogni qualvolta potrò del FashRev, sognando che il mercato globale faccia un salto verso il giusto, tanto da spingere i miei marchi di ginniche preferite (sneakers è un termine che non mi piacerà mai) a cambiare la loro organizzazione produttiva.
Potrei non sopravvivere senza tute, canotte da basket e cappellini vari, lo so di per certo, non sarei più io.

Questo video fa male al cuore.
La scena con la bimba sdraiata a terra mentre la mamma lavora mi si ripalesa spesso in testa assieme alle altre,
MA MI CONCENTRO SULLA FORZA PROPOSITIVA DI QUESTO DOCUMENTARIO: THE TRUE COST.

Secondo me qualcosa sta cambiando e c’è chi dice sia possibile…
Poi ci sono loro, Lazzari e Sartoria Vico che sono già il cambiamento.

Lazzari wishlist:
Lazzari Wishlist Sartoria Vico wishlist:
Sartoria Vico wishlist

 

About justine

La Funky Mama bassa, perennemente spettinata e con la manicure distrutta dal progetto d.i.y. del giorno. Mamma di Leone e Lilou, comp ...

25 thoughts on “Low cost, quanto mi cost? #calzamutanda

  1. Brunhilde

    Temo che questa consapevolezza sia destinata anche ad arrivare al raggiungimento di una certa esperienza (non volevo usare la parola «età»). Le ventenni sperimentano, frugano nei cestoni, comprano a ritmi compulsivi e lentamente capiscono qual è il loro stile, è sempre stato così. Mi sembra soltanto che al giorno d’oggi ci sia un’offerta esagerata e vastissima di moda low-cost.
    Per quanto riguarda me, da molto ormai ho assunto un atteggiamento zen. Guardo, non compro, riapro l’armadio.

    Questo però non esclude affatto che io abbia bisogno di una borsa di ottima pelle rossa.

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  2. Elona

    Ciao Justine,
    meno male che qualcuno ha preso coscienza dopo le valangate di video e blog che guardiamo e che fanno passare un messaggio sbagliato soprattutto per le nuove generazioni.
    Spingono ad un (mal)consumo, cosi, come l’unica cosa importante nella vita far vedere i propri armadi e cassettiere scoppiare di abiti, accessori e cosmesi molto spesso comprati per raptus che per necessità.

    Apprezzo il lavoro di qualità,artigianale come giusto che sia abbia un costo maggiore.Ma ammetto che compro anche il low cost, non sempre si ha in disposizione un budget di 200 euro per una maglietta. Non sono per gli “status” in generale, quella borsa di… quell’orologio di … ecc.
    Sono per il riciclo per il moto ” Style, not fashion”.Cerco di appoggiare il mercato locale in tutti i settori. Non sempre ci riesco ma ho le mie convinzioni.
    A 20 anni non ero cosi, sai si matura col tempo.
    Da quando sono mamma le priorità sono cambiate. Per me compro poco ma cerco di scegliere capi comodi e di qualità che rappresentino il mio stile e che durino nel tempo.
    Se trovi ancora posticini cosi ce li fai conoscere.
    Un bacio,
    Elona

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  3. Elona

    Scusa, avevo cancellato una parte 🙂
    Dicevo che compro anche il low cost perchè non sempre si ha in disposizione 150 euro per una maglietta.
    A 20 anni non ero cosi, ma si matura col tempo.

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    1. justine Post author

      Ti leggo sì, e non avevi dimenticato la parte della maglia a 150 euro!
      Grazie per il commento e la testimonianza.

      Un abbraccio

      Ju

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    1. justine Post author

      Ciao, credo che io, invece, non finirò mai!
      E comunque, non smetterò ancora di comprare tute e scarpe da ginnastica…

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      1. mariannissima

        ricordati che la fuffa è soggettiva. Nell’arca di noè se ci stanno comodi i rinoceronti ci possono stare anche le tue tute e i miei pantaloni pigiama. Ecco.

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  4. Marina

    Io ho un piccolo negozio di abbigliamento nel centro storico di Pinerolo
    ed e’ da tempo che aspetto che questa consapevolezza si impadronsca di tutte le donne 🙂
    la verita’ e’ che per fortuna sono gia’ in molte ad averla …..vero dai 27-30 anni in su !
    —- see on fb MarinaIemmaNewBarcelona

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    1. justine Post author

      E da un po’ che penso di scrivere un calzamutanda per incitare ad andare in negozio e meno al centro commerciale…lo devo assolutamente scrivere!

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  5. elisa

    La risposta a tutto questo “spreco” è il riuso. Ho un Mercatino dell’Usato e vi posso assicurare che la merce maggiormente richiesta è l’abbigliamento e gli accessori. Se quando guardi l’armadio vedi solo cose che non ti vanno o non ti piacciono ma sono ancora belle perchè regalarle o (peggio) buttarle? Meglio destinarle ad un nuovo utente che le valorizzerà e sarà felice di possederle per 1 giorno, 1 mese, 1 anno….tutta una vita?!?….chi lo sa? quello che non piace più a te può piacere a qualcun’altro!!!
    Aggiungo anche che comprare usato fa bene alla mente e al portafogli!!! 😉 provare per credere!!!

    Elisa.

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    1. justine Post author

      Mi succede spesso, anche questo sarà un argomento calzamutanda! Se vuoi segnalarmi il tuo negozio…

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  6. D-chan

    Mi sento un pesce fuor d’acqua… io non compro quasi niente di abbigliamento, quasi tutti i miei vestiti sono di seconda mano. Nel senso che la vicina di casa, l’amica della mamma, la zia, l’amica mi rifilano quello che non mettono più. E io sfrutto quel che posso, un po’ per la taglia un po’ per lo stile un po’ per le condizioni del tessuto. E la mamma del mio fidanzato mi regala sempre qualche vestito, low cost, ma a caval donato non si guarda in bocca. E ho lo stesso armadi pieni traboccanti! Mia madre è sarta e si occupa del refashion (che si diverte più così che a farmi vestiti nuovi) e io lavoro a maglia: i filati sono le scorte vintage di mia mamma oppure entrano come i vestiti, ne compro solo se ho una necessità particolare. Mi rifilano anche borse e scarpe, ma le scarpe mi tocca comprarle per forza: se non sono più che comode non le riesco a portare, per cui “poche ma buone” è la mia necessità. Insomma compro solo scarpe e biancheria… mi sapete indicare una marca di biancheria etica?

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  7. theSwingingMom

    anche io sto avendo un’evoluzione in questo senso: sperpero cifre indecorose in roba che alla fine metto due volte in croce o che comunque non mi dà le stesse soddisfazioni di capi che noto aver pagato di più ma mi piacciono sempre, anche a distanza di anni, i famosi “staple”. Ecco, vorrei anche io un guardaroba più minimal anche perché è tutto accatastato non avendo chissà quali spazi….ottimo spunto motivazionale!

    P.s. io ADORO Lazzari, per me è forse il miglior brand italiano…

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  8. marta

    200€? E chi li ha? anche i 39€ sono troppi per me!
    Sono una figlia (attempata) della crisi e ora il mio problema è la sopravvivenza: gli unici vestiti che mi posso permettere sono quelli del mercato o di H&M. Benetton o Zara sono un lusso ormai per me!
    E siamo in tanti in questa situazione.
    Guardo sconsolata il mio armadio pieno di stracci e mi viene da piangere. Gli unici capi belli che ho sono quelli che ho comprato anni fa in svendita, di campionario e investendo un po’ di più.
    Il tuo ragionamento fila, ma la vita è profondamente cambiata e ora sono pochissime le persone che si possono permettere di spendere 200€ per una maglia. Guardati in giro!

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    1. justine Post author

      Mi guardo in giro, sempre.
      Le svendite continuano a essere un ottimo momento per comprare. Non credo, in alcun modo, di aver mancato di sensibilità verso il periodo storico italiano.
      Se tu non sei tra quelle, che come me, hanno un armadio che può vivere di rendita per un po’, scegliendo di spendere meno e meglio, lo capisco benissimo.
      Gli esempi e le cifre sono state riportate per sviluppare un ragionamento: se la richiesta del consumatore, nel tempo, cambierà, cambierà anche l’offerta delle aziende.
      Tutto qui.
      ps. i miei capi belli sono quasi tutti di campionario…ah e per maglia intendevo un capo in maglieria, maglione estivo o invernale, non una t-shirt da 200 euro.

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  9. Marta

    No non ti volevo accusare di poca sensibilità.
    È vero che spendere in cose di scarsa qualità non è alla lunga vantaggioso e poi anch’io sono d’accordo sulla necessità di un cambio di orientamento da parte dei consumatori.
    Ti ho risposto con amarezza, non sarcasmo
    Guardare ora il mio armadio mi rende triste e sembra che un po’ di bellezza se ne sia andata dalla mia vita 🙁

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  10. vania

    Ho chiuso un negozio l’ anno scorso. Un’attività romantica, ben gestita, una coccola che accudivo da anni. Proprio perché la concorrenza di chi produce a basso prezzo non è suscettibile di senso critico da parte di coloro che la premiano e che la prediligono al fatto bene e con cura. Le realtà con cui lavoravo erano tutte italiane e dopo tanti anni conoscevo tutti in azienda: chi tagliava, chi cuciva, chi imbustava, chi spediva. Perché la voglia di conoscere chi c’era dietro ogni piccolo capolavoro che ricevevo era tanta. Conoscevo gli studi di rappresentanza che gestivano i marchi, in fiera capitava di conoscere i titolari ma le persone che veramente fisicamente facevano no, e così negli anni ho imparato a coltivare i rapporti che stavano dietro ad ogni capo. Per questo #FashRev mi ha conquistata, perché è bello e giusto ancora di più ora che si può non girare la faccia dall’ altra parte, scoprire a chi e per cosa stai dando i tuoi soldi. A chi dice che 200 euro sono troppi per un capo in maglieria rispondo: 200 euro sono tanti soldi ma non troppi per un capo di maglieria. Si può ricorrere a mille mezzi per sostenere la qualità. Comprare la lana e farsi fare il capo che serve, se non si è capaci da sole, riscoprendo le nonne del quartiere che non vedono l’ ora di raccontare e sferruzzare. Premiando così anche la propria creatività divertendosi a disegnare proprio quello che vorresti. Ecco perché anche lì… non rispettare la creatività altrui copiando è un furto al tempo e al lavoro altrui. Oppure focalizzare un obiettivo e risparmiare magari anche un anno intero ma poi prediligere solo una filiera trasparente di produttività. Fidelizzarsi e permettere a chi vende di conoscerti così da tenere conto di te per eventuali svendite di cose che sanno incontrare il tuo gusto. Imparare a leggere le etichette: dove si produce e perché si produce lì. Perché non sempre un made out è sinonimo di sfruttamento e taglio di costi. Ma mai ricorrere ad uno shopping che paga l’ occhio e il portafogli ma che non sai da dove arriva, rischiando di sostenere qualcosa di molto lontano ma anche di molto brutto e sbagliato. Occhio non vede cuore non duole solo in amore e forse neanche quello… Ad oggi, la mia esperienza di ex bottegaia, è convertita in una mini collezione che propongo on line e che non si vergogna dei prezzi a cui è proposta, non si limita nella scelta dei materiali e non trascura la voglia di fatto a mano per uscire ad un prezzo inferiore, non accetto compromessi a discapito di quello che è giusto che sia. Ogni capo continuerà ad essere fatto a mano e la grande soddisfazione è quando incontri proprio chi mi ha commentato nel tempo: “Eppperò… carruccio!” Ma ad oggi compiaciuto, perché la qualità e il ben fatto non è mai uno spreco, ma un piccolo investimento di piacere durevole nel tempo. E quando impari a comprare, gustandoti un fit impeccabile e tessuti che ti accarezzano, non torni più indietro nella fuffa dell’inconsapevolezza. Ju…. fiumi di parole, ma è un argomento che mi trapana il cervello da sempre!!!

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    1. justine Post author

      Vania, Vania, Vania, che nervoso poterti abbracciare solo virtualmente! Ma tu sai che ti penso, ti stimo, ti supporto, sempre!
      Piccola grande forza della natura <3

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    2. Pellegrina

      Intervento condivisibile in toto, eppure, mostra solo una parte della questione.

      1) è sempre questione di capitale iniziale. Certo che spendere 200 euro per un maglione, se è di lana vera e non di acrilico o di scarto, se è rifinito bene, se ha un bel taglio, se è durevole, va più che bene. Ma se nel frattempo si abbattono i salari, si rendono tutti precari con la scusa della competitività, si tagliano i servizi pubblici, e ci si sente tanto tanto tanto smart perché “si contengon i costi”, i 200 euro li spendi per fare analisi indispensabili e pagare i trasporti (vedere i recenti provvedimenti sulla spesa sanitaria, comprese le TAC) , e la domanda interna, maglioni compresi, va a farsi benedire. Lo sfizio può essere solo la bancarella a 15 euro: il peggio, anche eticamente, ambientalmente ecc. C’è sempre chi compra compulsivamente di tutto, ma c’è anche troppa gente che investirebbe in poche cose che danno davvero soddisfazione e durano una vita, il vecchio chi più spende meno spende insomma, ma ormai, anche risparmiando un anno intero e comprando un solo capo per volta, con salari tra 800 e 1500 euro come ha la maggior parte delle persone, non si riesce ad arrivare a mettere da parte una cifra del genere. O se ci si riesce, sapendo ormai di poter essere licenziati domani anzi stasera, non si comprano maglioni, o se si comprano, si va alla bancarella del mercatino.
      2) è sempre più difficile trovare capi del genere che descrivo. Il capo durevole e di qualità alta sta sparendo tra il livello minimo e l’alta gamma di lusso per le élite. Semplicemente perché i produttori non son scemi, e vedono che quella fascia di mercato intermedia sta venendo distrutta dalle politiche economiche. Moltissimi marchi blasonati vendono rumenta di plastica cucita col nylon a prezzi da lino. I negozi artigianali spariscono o lavorano per fare appunto rumenta conto terzi senza più attività indipendente. E’ veramente difficile raggiungere chi produce oggi le scarpe con pelle e cuoio senza farti somigliare a una suora e i vestiti con lana e filati vegetali (viscosa astenersi), ci mette la fodera, cura le cuciture, le asole e le chiusure, utilizza le maniche, il giro spalla e le scollature ben misurati.
      3) le nonnine hanno magari una mano impeccabile, ma il taglio, be’, ci vuole altro. E i modelli che trovi pronti in giro, non sono il massimo, diciamocelo. Ci vuole una professionalità, anche appresa tardi, ma una professionalità, nell’esecuzione come nel disegno, quindi giustamente ricompensata. Il circuito alternativo da tempo di guerra protegge dal freddo e fa tanto decrescitismo etico, sì, ma non basta.
      4) io soldi ne ho veramente zero. Ma quei pochi che ho, finisco con lo spenderli nell’usato, per riuscire, specialmente sull’invernale, a portare a casa capi in lana, caldi davvero. Anche se la taglia non è esattamente quella e anche se la foggia magari non è il mio ideale. Almeno sono fatti in modo decente. Ma quando finiranno? In questi ultimi due anni la qualità si è abbassata anche lì. Si vede che non sono la sola a fare questo ragionamento e ciò è inquietante. Il vestito non da cerimonia, decente, in materiali naturali, o non lo vendi e te lo tieni fino alla corda, o se lo vendi è inservibile. Quando ne trovo, mi capita di comprarne solo per farne scorta. E’ assurdo che in un paese sviluppato e ricco si viva così, tra stracci e prediche etiche sui consumi (non mi riferisco a questo post, ma a un tono generale sul tema usato dai media).
      5) il discorso che faceva prima una persona sulla “tristezza degli armadi” è verissimo. Un bell’armadio con capi di qualità contiene meno oggetti, più mirati, produce meno scarti, si adatta a più situazioni. Mantiene allegri e fa vivere meglio, invecchiando più tardi (certo non basta solo quello).

      Ma ormai non è più questione di scelta. Ormai non si può più scegliere. Questo è il dato su cui si dovrebbe riflettere: non abbiamo più potere d’acquisto sufficiente. Perché? Il discorso etico è importante, certo, ma non è comprando meno ma meglio (cosa sempre augurabile) che oggi si può ricostruire un modello di consumo migliore, semplicemente perché le risorse stanno venendo spostate dal ceto medio altrove.

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  11. Pellegrina

    P.S.: sul punto 1, intendevo che, come mostra bene il post, sul lungo periodo non si risparmia andando alla bancarella, o dai marchi economici, perché si è costretti a comprare più cose, sia perché si consumano prima, sia perché sono meno soddisfacenti, adattabili e sfruttabili. Ma non si possiede più, appunto, il capitale iniziale per fare l’investimento migliore all’inizio, cioè su un capo davvero di qualità medio-alta, non parliamo dell’alta gamma, neppure alle svendite. E la sensibilità in questo, purtroppo, aiuta pochino.

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  12. Pingback: Nuovo spot H&M: Sì o no? - Le Funky Mamas

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