Era un migrante

Tantissimi anni fa un uomo che oggi avrebbe più di cento anni baciò sua moglie e i suoi figli e disse che sarebbe tornato presto. Presto, come si intendeva all’epoca: il tempo di cercare una nuova vita, un lavoro migliore, e un luogo in cui far crescere la sua famiglia. Il tempo di allontanarsi da un’Italia povera e vuota di promesse, di libertà e di quella linfa che sarebbe arrivata solo con la ricostruzione.
Salì su una nave e dopo giorni e giorni di navigazione arrivò in Argentina.
Non fece poi così presto, perché era un migrante, e anche all’epoca la vita migliore non ti aspettava alla banchina del porto, sorridendoti e offrendoti un impiego, una casa e la felicità.

Era un migrante, e cominciò a fare tutti quei lavori che nessuno voleva fare, e trascorsero giorni, settimane e mesi, e qualche lettera in cui le parole erano sempre le stesse: rassicurazioni e promesse.

Nessuno seppe mai cosa dovette sopportare in quell’anno passato a lavorare una terra così diversa dalla sua. Quando tornò, non volle raccontare perché quel mondo nuovo, da vicino, non si era rivelato così colorato come l’aveva sognato. Non volle dire perché in nessuna delle sue lettere aveva mai scritto «Va bene, ora finalmente potete raggiungermi qua».

Lunedì1

Aveva la pelle bruciata dal sole, un sole molto più forte di questo, credetemi, diceva, e aveva gli occhi profondi di chi ci aveva provato e non c’era riuscito.
Accettò di riprovare a costruire una vita in Italia, in quell’Italia polverosa e in bianco e nero che ancora zoppicava, ma forse rivelava già un lampo di colore degli anni che sarebbero arrivati.
I suoi occhi non tornarono più brillanti come quando era ragazzo, ma tutti attorno a lui pensarono che fosse solo l’età. Tutti vollero dimenticare quel mondo che non si era poi rivelato davvero un mondo migliore.

Siamo un popolo di migranti anche noi Italiani. Abbiamo nel sangue anche noi almeno una goccia di quei ricordi, frutto di navigazioni lunghe ed estenuanti, e di sogni che a volte sono sbocciati e a volte hanno voluto dire solo sudore e lacrime.

Abbiamo i nostri cognomi sparsi in tutto il mondo, tutto, dal Nord America all’Australia, passando per le miniere del Belgio.

E se non c’è nessuno – ma proprio nessuno – che può restare insensibile di fronte alle tragedie che si stanno compiendo nel Mediterraneo, beh, proprio noi Italiani, popolo di migranti, dovremmo sentirci un po’ morti anche noi, un po’ affogati, chiusi a chiave nella stiva di un peschereccio sovraffollato.

Una parte di noi muore ogni volta nel nostro mare, e non è più possibile volgere lo sguardo altrove. Non è più possibile fare silenzio, o pensare sono cose che capitano.
Come se fossimo noi lì, in quel mare ghiacciato di notte, dovremmo tutti urlare, agitare le braccia e chiedere aiuto a chi può tendere una mano e aiutarci.

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Siamo due donne, due madri e due amiche. In questo piccolo spazio vogliamo condividere tante piccole o grandi storie, abbiamo la presu ...

4 thoughts on “Era un migrante

  1. Ophelinha

    Uno dei pochi pezzi su quest’immane tragedia scritti col cuore, Vale.
    Siamo stati un popolo di migranti, lo siamo e continueremo ad esserlo (io in primis).
    Dovremmo coltivare la memoria storica, ed essere umili.

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  2. LALU

    Abbiamo tutti dimenticato ciò che siamo stati. Le fatiche per essere accettati, anche noi trattati come belve! Tenuti in quarantena. etichettati, denigrati.
    Oggi però puntiamo il dito. Scarichiamo le nostre ansie, le nostre frustrazioni, le nostre paure sul diverso, su chi viene da lontano. Oggi mi sento un pò più triste del solito. E penso che quelle persone cercassero solo un pò di felicità, la stessa che cerca io ogni giorno.

    Lalu_lstinzi.blogspot.it

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