Un’emozione senza ritegno

Quando mia figlia è nata, ho passato mesi a osservarla. Guardavo i suoi piedini, le dita minuscole e quegli occhi, profondi, che non si decidevano a scegliere un colore. Come se gli occhi di un neonato fossero il pentolone dove si cucina lento il futuro di una persona.
Ci svegliavamo insieme, sempre un secondo prima io di lei, per una strana forma di telepatia, o forse solo perché quando aprivo gli occhi lei aveva già cominciato a fare qualche verso, paziente, in attesa del mio arrivo.
Uscivamo presto la mattina e cominciavo a camminare. Con noi il cielo su Torino, per l’occasione azzurro fino alla fine dell’autunno.

E poi lei è cresciuta, e anche io, e sono arrivati i primi passi, le parole, le pappe, il nido e tutte quelle cose che ti sembrano arredare un tunnel dal quale prima poi speri di uscire. Il tunnel, lo chiamavano tutti, e io un po’ sorridevo e un po’ mi infastidivo, non tanto per l’idea del buio, quanto per l’idea che potesse esistere una fine. Mi sembrava più il tratto difficile di un passeggiata in montagna, quando ti manca il fiato e ti crollano le gambe, ma dentro, nel cuore e nello stomaco, respiri un’aria preziosa e trasparente. E quando arrivi al rifugio la sera, e tutto attorno è buio e stelle, sai che ciò che stai facendo è quanto di più vicino al Cielo possa esistere.

Un'emozione senza ritegno

Il percorso si è fatto più lieve, giorno dopo giorno, e ora mi ritrovo a camminare nelle stesse strade con una cinquenne alta e ricciolona che osserva il mondo e me lo descrive, mi abbraccia forte e mi fa gli scherzi, e poi, la mattina sotto le coperte, mi racconta tutti i suoi sogni, popolati immancabilmente da gatti e caramelle.

Quando hai davanti un neonato con gli occhi profondi e indefiniti, non sai, non puoi immaginare – e forse è un bene – tutte le emozioni che vivrai negli anni che verranno. Non avrei mai immaginato io, in quel settembre del 2009, che un giorno avrei visto una piccola donna di cinque anni incontrare la sua migliore amica, tornata da una settimana di vacanza, e che in quell’istante avrei capito con esattezza qual è il dono più prezioso che ti può fare un figlio.

Noi adulti, che fatichiamo a tirare fuori dal cuore un’emozione. Noi, che nascondiamo tutte le nostre lacrime, ma anche i sorrisi, perché pure essere felici è fuori moda in questo mondo rivestito di cinismo. Noi che siamo i maestri del «sì, però». Noi dovremmo sempre osservare due bambine di cinque anni che si incontrano dopo un tempo che per loro è stato eterno. Vedere i salti, e gli abbracci, e quei sorrisi fatti con la bocca e con gli occhi, e le lacrime, di gioia, sulle loro guance.
Noi adulti dovremmo ogni tanto, solo ogni tanto, permetterci di vivere un’emozione senza ritegno, proprio come la vivrebbe un bambino di cinque anni. Farebbe bene al nostro cuore, e forse anche a quello dei nostri figli.

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Siamo due donne, due madri e due amiche. In questo piccolo spazio vogliamo condividere tante piccole o grandi storie, abbiamo la presu ...

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